Artigianato, il 2025 si chiude in equilibrio: oltre 1,23 milioni di imprese attive
16/02/2026
Il 2025 consegna all’artigianato italiano un dato di stabilità che, nel contesto economico attuale, assume un valore tutt’altro che scontato. Lo stock di imprese artigiane si attesta a oltre 1,23 milioni di attività, con un saldo positivo di 187 unità tra iscrizioni e cessazioni (al netto delle chiusure d’ufficio operate dalle Camere di commercio). Una linea di sostanziale tenuta che conferma l’andamento degli ultimi anni, pur dentro un quadro che, se osservato in prospettiva, resta segnato da un arretramento strutturale: nell’ultimo decennio sono scomparse circa 128mila imprese.
Il dato emerge dall’elaborazione Unioncamere/Movimprese e si inserisce in un anno attraversato da tensioni geopolitiche e commerciali, oltre che da una domanda interna ancora debole. L’intero sistema produttivo chiude con un saldo positivo superiore a 56mila imprese; l’artigianato, pur con numeri più contenuti, mostra una capacità di assorbire gli urti che appare più robusta rispetto al passato.
Meno chiusure, imprese più resilienti
A fare la differenza non è tanto un’impennata delle nuove iscrizioni, quanto la contrazione delle cessazioni. Negli ultimi anni il valore medio delle chiusure si è attestato a poco più di 79mila l’anno, un livello sensibilmente inferiore rispetto al periodo 2009-2020, quando la media annua superava quota 105mila, attraversando tre crisi profonde. In quegli anni i saldi risultavano marcatamente negativi: -27mila imprese nel 2013 e oltre 20mila unità perse nel 2012 e nel 2014, anche per la forte esposizione di manifattura e costruzioni alle fasi recessive.
La discesa della mortalità suggerisce un cambiamento qualitativo. Le imprese artigiane, spesso di piccola dimensione e inserite in filiere guidate da grandi gruppi, hanno rafforzato organizzazione e gestione finanziaria, migliorando la capacità di adattamento ai cicli avversi. L’esperienza accumulata nelle crisi globali ha inciso sulle strategie: maggiore attenzione alla diversificazione dei mercati, investimenti selettivi in innovazione e una gestione più prudente dei costi fissi. Ne emerge un tessuto produttivo meno fragile, pur restando esposto alle incertezze macroeconomiche.
Territori a velocità diverse
La stabilità nazionale riflette dinamiche territoriali differenziate. Nel Nord Ovest lo stock resta invariato rispetto all’anno precedente, mentre il Mezzogiorno registra un lieve incremento (+0,1%) e il Nord Est cresce dello 0,2%. Segno negativo, invece, per l’Italia centrale (-0,3%).
Nel dettaglio, il Nord Ovest presenta un quadro disomogeneo: la crescita della Lombardia (+0,2%) compensa le flessioni di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. Nel Mezzogiorno l’aumento riguarda soltanto Sicilia (+0,4%) e Sardegna (+0,8%), a fronte di una sostanziale stagnazione o contrazione nelle altre regioni. Il Nord Est mostra un’espansione diffusa, con un significativo +1,5% del Trentino-Alto Adige. Nel Centro, al contrario, Toscana (-0,6%), Umbria (-0,7%) e Marche (-0,5%) condividono una contrazione marcata.
Il presidente della CNA, Dario Costantini, sottolinea come la tenuta del comparto confermi la capacità della piccola impresa di adattarsi ai mutamenti dei mercati, ma richiama anche l’urgenza di aggiornare la legge quadro sull’artigianato, ferma al 1985. La delega al Governo per la riforma, inserita nella legge annuale sulle Pmi, viene indicata come un passaggio decisivo per rafforzare un settore che continua a rappresentare una componente essenziale del Made in Italy.
Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to