Commercio al dettaglio in Emilia-Romagna: vendite ferme
27/01/2026
La fotografia dell’ultima estate racconta un dettaglio regionale che, a prezzi correnti, arretra appena, ma che in termini reali perde più terreno di quanto suggerisca il dato nominale. Le vendite degli esercizi al dettaglio in sede fissa in Emilia-Romagna hanno segnato una lieve flessione tendenziale (-0,4%) rispetto allo stesso periodo del 2024; nello stesso arco temporale l’inflazione al consumo, misurata dall’indice generale dei prezzi esclusi i beni energetici (fonte Istat), è cresciuta del 2,1%. Il risultato è intuitivo: se i prezzi salgono e gli incassi calano anche di poco, i volumi acquistati si riducono in modo più netto, perché la stessa spesa compra meno beni.
Il grafico di Unioncamere Emilia-Romagna, che confronta trimestre su trimestre rispetto all’anno precedente, conferma un quadro di oscillazioni contenute dopo le spinte del 2021: la linea generale del commercio si muove attorno allo zero, con scarti piccoli ma persistenti, mentre le diverse tipologie di punto vendita seguono traiettorie più distinte, segno di una domanda che seleziona canali e formule con maggiore severità.
Le categorie merceologiche: la “forbice” tra convenienza e discrezionale
La dinamica più pesante arriva dall’abbigliamento e accessori, che scivola del 4,1%: è il segmento più esposto alla rinuncia e al rinvio, perché il guardaroba, per molte famiglie, può aspettare. Tengono con fatica gli altri prodotti non alimentari (-0,6%), una tenuta che somiglia più a una resistenza che a una ripartenza.
Nel frattempo crescono con decisione le vendite di iper, supermercati e grandi magazzini (+3,9%). Qui la lettura è doppia: da una parte il carrello resta un bisogno primario; dall’altra la ricerca della convenienza spinge verso formati capaci di assorbire la sensibilità al prezzo con promozioni, private label, assortimenti ampi. In flessione lo specializzato alimentare (-1,1%) e i prodotti per la casa ed elettrodomestici (-1,1%), comparti che soffrono sia la pressione dei prezzi sia la concorrenza tra canali.
Dimensione d’impresa e demografia del settore: il peso sulle realtà minori
L’andamento per classe dimensionale è netto, quasi “a gradini”. La piccola distribuzione (1–5 addetti) chiude a -1,7%, le imprese tra 6 e 19 addetti a -2,0%; al contrario, le realtà più grandi registrano un +1,5%. È un divario che parla di potere negoziale, logistica, capacità promozionale, ma anche di struttura dei costi: chi è piccolo assorbe peggio gli shock e fatica a difendere i margini senza perdere clientela.
Sul fronte della demografia d’impresa, il saldo delle dichiarazioni resta negativo ma meno intenso rispetto all’estate 2024: -47 unità (-0,11%). Le imprese registrate al 30 settembre sono 41.183, cioè 76 in meno (-0,18%) rispetto a un anno prima. Numeri che non descrivono un crollo, ma un lento assottigliamento, quello tipico delle fasi in cui la domanda non dà slancio e la selezione avviene per erosione, trimestre dopo trimestre.
Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to