Inalca, dopo l’incendio arriva l’ombra dei licenziamenti: 164 posti a rischio e vertice in Regione
13/01/2026
A un anno scarso dal rogo che ha cancellato lo stabilimento Inalca di via Due Canali, a Reggio Emilia, la partita del lavoro si riapre nel modo peggiore: l’azienda di lavorazione carni del gruppo Cremonini ha comunicato ai sindacati un esubero che riguarda la quasi totalità della forza lavoro, quantificato dalle organizzazioni dei lavoratori in 164 addetti (altre ricostruzioni parlano di 165). La scadenza è già scritta sul calendario: 10 febbraio 2026, quando termina la cassa integrazione straordinaria collegata alla cessata attività.
La reazione di Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil è stata immediata e durissima, con una formula che ha iniziato a circolare in tutte le cronache locali: “uno schiaffo sociale”. L’effetto non è soltanto simbolico, perché l’annuncio arriva dopo mesi in cui le trattative — e anche intese già formalizzate — avevano mantenuto come orizzonte la continuità occupazionale attraverso ricollocazioni in altre realtà del gruppo o in aziende disponibili ad assorbire personale.
Il tempo stretto: cassa integrazione in scadenza e tavolo di crisi il 16 gennaio
Il punto di frizione, adesso, è la cronologia. La cassa integrazione scade il 10 febbraio; tra metà gennaio e quella data c’è un margine ridotto per riaprire accordi credibili, rinegoziare trasferimenti e costruire tutele per chi non potrà essere ricollocato. Le sigle sindacali hanno chiesto l’attivazione di un tavolo di crisi in Regione Emilia-Romagna, con un primo incontro previsto venerdì 16 gennaio.
L’obiettivo dichiarato è ottenere tempo: tra le ipotesi in campo c’è una proroga della cassa integrazione per completare percorsi di ricollocamento e, se necessario, definire strumenti di uscita meno traumatici. In alcune ricostruzioni giornalistiche si parla di una richiesta di estensione di sei mesi agganciata a una base normativa già utilizzata per altre crisi industriali.
Dal cantiere delle macerie al fronte ambientale: amianto, bonifica e ricorso al Tar
Sul lavoro pesa anche la condizione fisica del sito. Il grande incendio è avvenuto nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 2025 (diverse fonti indicano l’11 febbraio come data di riferimento), lasciando capannoni devastati e un tema ambientale che, nei mesi successivi, è entrato a pieno titolo nel confronto pubblico.
Ad agosto 2025 il Comune di Reggio Emilia ha comunicato che, dopo il dissequestro completo dell’area disposto dalla Procura, l’amministrazione ha intimato all’azienda di completare la bonifica del sito, indicando in modo esplicito la necessità di rimuovere e smaltire materiali contenenti amianto e fibre, oltre ai residui e sottoprodotti presenti nelle aree, con obblighi di comunicazione verso Comune, Arpae e Ausl sulle fasi di avvio e conclusione delle operazioni.
Nel frattempo, sullo sfondo, resta la disputa sui costi: nel novembre 2025 è emerso che il gruppo ha impugnato al Tar (Parma) le delibere comunali legate alla bonifica, chiedendo anche il rimborso di circa 400 mila euro per spese sostenute. Un contenzioso che rende ancora più ruvido il quadro, perché intreccia ricostruzione industriale, sicurezza ambientale e responsabilità economiche.
L’inchiesta: ipotesi di incendio doloso e tracce di acceleranti
Sul rogo, inoltre, non c’è soltanto la dimensione industriale. Nell’estate 2025, su base di accertamenti di laboratorio, è stata riportata l’apertura di un fascicolo per incendio doloso contro ignoti, con riferimento a tracce di acceleranti rilevate sui reperti prelevati dalle macerie. È un passaggio che, al di là dell’esito giudiziario, contribuisce a mantenere la vicenda in una zona sospesa: un sito fermo, una bonifica complessa, un futuro produttivo incerto, e ora anche un destino occupazionale che torna a dipendere da scelte in tempi rapidissimi.
Se il 16 gennaio sarà il momento della prima verifica istituzionale, il vero spartiacque resta il 10 febbraio: la distanza tra “esubero annunciato” e “licenziamenti effettivi” è fatta di settimane, non di mesi.
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