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Intelligenza artificiale, in Emilia-Romagna prevale il realismo: fiducia nei servizi e cautela su lavoro

08/04/2026

Intelligenza artificiale, in Emilia-Romagna prevale il realismo: fiducia nei servizi e cautela su lavoro

In Emilia-Romagna l’intelligenza artificiale viene osservata con interesse, senza slanci ingenui e senza chiusure preconcette. Il quadro che emerge dalla ricerca affidata dal coordinamento dell’Agenda Digitale della Regione Emilia-Romagna e da Lepida al centro indipendente Observa - Science in society racconta una cittadinanza che riconosce all’IA un potenziale concreto, soprattutto in ambiti ad alto impatto pubblico come sicurezza, sanità e istruzione, ma che allo stesso tempo chiede regole, tutele e una guida istituzionale credibile. Il dato forse più interessante sta proprio qui: l’innovazione non viene respinta, ma riportata dentro una domanda molto precisa di affidabilità, trasparenza e utilità sociale.

L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di 500 persone, è stata presentata ai rappresentanti dei Comuni emiliano-romagnoli durante un evento online al quale ha preso parte anche l’assessora regionale all’Agenda digitale, Elena Mazzoni. Il lavoro prova a misurare tre aspetti centrali: la percezione dell’intelligenza artificiale, il grado di informazione dei cittadini e le pratiche d’uso degli strumenti che si basano su questa tecnologia.

Ne esce una fotografia sobria, matura, per molti versi più utile di tante narrazioni polarizzate: l’IA entra sempre di più nella vita quotidiana, ma la sua accettazione passa da una condizione chiara, quella di una regolazione forte e comprensibile.

Sicurezza, medicina e scuola: dove i cittadini vedono i vantaggi più concreti

Tra gli emiliano-romagnoli prevale un orientamento di cauto ottimismo, che si rafforza quando l’intelligenza artificiale viene applicata a funzioni specifiche e riconoscibili. Il 72% degli intervistati si dichiara favorevole al suo utilizzo per migliorare la sicurezza, anche attraverso strumenti come gli algoritmi di riconoscimento facciale.

Il consenso resta molto alto anche nel campo della medicina, indicato dal 70% del campione, mentre l’istruzione raccoglie un consenso del 50%, segno di una disponibilità significativa a considerare l’IA come supporto anche nei percorsi educativi.

Più in generale, la ricerca restituisce l’idea di una tecnologia percepita come capace di incidere sulla qualità della vita e sulla semplificazione delle attività quotidiane. Non è un dettaglio secondario. Vuol dire che, nella percezione dei cittadini, l’intelligenza artificiale comincia a essere giudicata meno per il suo fascino astratto e più per la sua capacità di produrre effetti utili nei servizi, nella cura, nella sicurezza urbana, nell’accesso alle informazioni e nell’organizzazione della vita di ogni giorno.

È in questa prospettiva che si colloca anche la riflessione dell’assessora Elena Mazzoni, secondo cui governare il cambiamento legato alle innovazioni digitali richiede anzitutto una comprensione puntuale di come le persone vivono queste trasformazioni, quali aspettative maturano e quali timori esprimono. Il punto, nella lettura regionale, non è inseguire la tecnologia come un fine in sé, ma accompagnarla dentro una transizione che rafforzi competenze, diritti e accessibilità dei servizi.

Più chatbot che robot: come cambia l’immaginario dell’IA

Uno dei passaggi più interessanti della ricerca riguarda il modo in cui gli emiliano-romagnoli rappresentano mentalmente l’intelligenza artificiale. L’immagine del robot umanoide, per anni dominante nell’immaginario collettivo, arretra in modo netto.

Oggi l’IA viene associata soprattutto a chatbot nel 39% dei casi e ad assistenti vocali nel 21%, mentre i robot dalle sembianze umane si fermano al 19%. È un cambiamento culturale tutt’altro che marginale: significa che la tecnologia viene percepita meno come una presenza futuribile e più come uno strumento già integrato nelle pratiche ordinarie di comunicazione, ricerca, supporto e interazione.

Anche sul piano informativo il quadro è articolato. Nonostante la crescente familiarità con strumenti come ChatGPT, Claude e Gemini, soltanto il 41,5% dichiara di sentirsi abbastanza o molto informato, mentre il 48,7% si definisce poco informato. Il dato suggerisce una vicinanza crescente all’oggetto, ma non ancora una piena padronanza. L’IA, insomma, è ormai presente nel lessico comune, ma resta per molti una materia parzialmente compresa, conosciuta per esperienza indiretta o per esposizione mediatica più che per uso consapevole.

Le differenze emergono con chiarezza anche lungo le linee del genere, dell’età e del titolo di studio. Gli uomini tendono a dichiararsi mediamente più informati, mentre tra le donne risulta più elevata la quota di chi non si sente affatto competente. I giovani tra i 18 e i 24 anni mostrano maggiore apertura e curiosità, ma superata la soglia dei 55 anni il livello di conoscenza cala in modo evidente.

L’istruzione continua a essere un fattore decisivo: chi possiede un titolo universitario si dichiara più informato e più incline a riconoscere le potenzialità dell’IA. La ricerca rileva inoltre una correlazione significativa tra alfabetismo scientifico e atteggiamento emotivo: chi conosce meglio questi strumenti tende a esprimere fiducia e attesa, mentre chi ne sa meno manifesta soprattutto preoccupazione e sospetto.

Informazione, lavoro e regole: dove si concentrano le vere preoccupazioni

Se l’Emilia-Romagna mostra disponibilità verso l’intelligenza artificiale, altrettanto evidente è la prudenza con cui ne valuta gli effetti sul piano sociale. Guardando al futuro, circa un intervistato su quattro si aspetta un impatto prevalentemente positivo, mentre il 25% prevede conseguenze negative. La quota più ampia, pari al 42%, colloca però gli effetti futuri in una zona intermedia, immaginando esiti insieme positivi e problematici. È la conferma di un approccio che non cede né all’entusiasmo automatico né al rifiuto ideologico.

I dubbi si concentrano soprattutto sul lavoro e sulla previdenza sociale. Una parte rilevante dei rispondenti ritiene che l’impatto sull’occupazione potrà essere misto, con margini di beneficio ma anche rischi concreti di sostituzione e precarizzazione. È un timore che attraversa gran parte del dibattito pubblico contemporaneo, ma che in questa ricerca assume un valore particolare perché si accompagna a una richiesta molto netta di governance pubblica. Più che la promessa di nuove soluzioni tecnologiche, i cittadini chiedono istituzioni capaci di regolare, informare e tutelare.

Tra le priorità indicate spiccano infatti il contrasto alla disinformazione e alle fake news, segnalato dal 59% degli intervistati, e la promozione di competenze digitali diffuse, considerate indispensabili per un uso consapevole dell’IA. È forse questo il messaggio più nitido che arriva dalla ricerca: la questione non riguarda più soltanto la disponibilità della tecnologia, ma la qualità del contesto entro cui viene introdotta.

Gli emiliano-romagnoli sembrano dirlo con chiarezza: l’intelligenza artificiale può essere una risorsa, ma solo se accompagnata da regole certe, capacità critica e strumenti che consentano a tutti di comprenderla davvero.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to